“La voce dei libri”. Intervista a Matteo Eremo

Ho conosciuto Matteo Eremo attraverso i suoi scritti e mi ha colpito subito il suo entusiasmo e l’amore che trasuda verso il mondo dei libri.

Per chi fa il mestiere di libraio o per chiunque lavori nel mondo editoriale o sia amante dei libri, non leggere Matteo è una grave colpa.

E’ grazie a lui che ho potuto conoscere Davide Ruffinengo e Davide Ferraris proprietari delle librerie “Profumi per la mente” e “Therese” raccontanti nel suo primo libro “Il libraio suona sempre due volte” ed. Marcos y Marcos.

Ed è sempre grazie a Matteo Eremo che molte persone hanno la possibilità di conoscere molte realtà positive di librerie indipendenti che riescono a cavalcare la crisi che attraversa anche il mondo editoriale e ad uscirne in piedi seppur con tanta fatica.

Tutto questo e ben altro è racchiuso nel suo secondo gioiellino : “La voce dei libri” ed. Marcos y Marcos. Un vero toccasana per i librai tutti e una vera iniezione di ottimismo reale per chi crede ancora che i libri siano la base per ogni società civile e progredita. Impossibile non volerlo leggere.

Sono grato a Matteo di aver accettato anche la mia proposta di intervistarlo e di seguito potete trovare le mie domande e le sue interessanti risposte.

  • Cosa ti ha spinto a scrivere ben due libri sul mondo delle librerie? 
    1. L’idea, a dire il vero, è partita da Claudia Tarolo e Marco Zapparoli, i due editori di Marcos y Marcos, che da anni sostengono con forza le librerie indipendenti anche attraverso iniziative originali come Letti di notte e il Giro d’Italia in 80 librerie. Quando mi hanno proposto di incontrare alcuni librai e di raccontare le loro storie, ho subito accettato con grande entusiasmo, senza farmelo ripetere due volte. Si trattava di una sfida intrigante, una vera e proprio avventura in un mondo straordinario che merita di essere portato alla luce.
  • Il viaggio che hai fatto nel tuo ultimo libro: “La voce dei libri” che impressioni ti ha lasciato sullo stato di salute delle librerie e dei librai? 
    1. Mi ha dato una grande iniezione di fiducia e mi ha confermato che il mestiere del libraio non è affatto destinato a morire, come invece molti vaticinano dall’esterno senza conoscerne davvero le dinamiche. A questo proposito, invito gli scettici a visitare la libreria Fogola di Pisa: un anfratto di appena quaranta metri quadri, per di più circondato da tre grosse realtà di catena, in cui ogni giorno si assiste a un vero e proprio miracolo, con vendite da capogiro. Il libro non è morto e men che meno i suoi profeti, ovvero i librai. Tutto sta in come si interpreta questo mestiere, nelle competenze su cui si fa leva per inventarsi sempre qualcosa di nuovo, nel saper donare una voce a oggetti solo apparentemente inanimati. I libri, in realtà, sono degli straordinari contenitori di storie, sentimenti, emozioni e sensazioni. Una grande vitalità che il libraio deve riuscire a portare alla luce.
  • Come vedi il rapporto tra librerie indipendenti e quelle di catena?  
    1. Possono coesistere tranquillamente dato che entrambe vendono libri, ma in maniera estremamente differente. O almeno così dovrebbe essere. Una librerie indipendente, se vuole sopravvivere alla concorrenza di realtà più forti e strutturate economicamente, deve per forza offrire qualcosa di diverso, puntando tutto sulla specializzazione e su un’offerta il più possibile personalizzata e variegata. Insomma, deve valorizzare il cosiddetto capitale umano costituito da chi vi lavora. In caso contrario, la libreria di catena è destinata a fagocitare quella indipendente.
  • Cosa hanno in più i librai indipendenti di quelli che lavorano in grandi catene? 
    1. Il libraio indipendente ha una grandissima fortuna spesso sottovalutata: la libertà. Nelle librerie di catena, infatti, vigono regole e meccanicismi imposti dall’alto, passaggi che limitano enormemente il raggio d’azione dei dipendenti e il loro modo di interpretare il proprio mestiere. Chi lavora in una libreria indipendente, invece, ha carta bianca e può continuare a progettare nuove strategie e nuove iniziative. Può – anzi, deve, se vuole far funzionare al meglio la propria impresa – continuare a innovare e a sperimentare, senza che nessuna logica del best seller o della rotazione dei titoli limiti le sue idee.
  • Dalla tua esperienza su cosa credi debbano puntare le librerie per sopravvivere alla crisi attuale? 
    1. Su quello a cui accennavo nelle risposte precedenti. Per interpretare con successo il mestiere del libraio non basta essere dei lettori appassionati e competenti. Bisogna combinare una buona dose di pragmatismo (nel far quadrare i conti, nell’approntare delle scelte strategiche, nel saper cambiare direzione se si vede che una via, seppur buona, non raccoglie i risultati sperati) con una elevata percentuale di fantasia e creatività. E si deve essere aperti a tutto, anche alla contaminazione con ambiti diversi e apparentemente dissonanti. È quindi fondamentale il bagaglio di competenze personali in possesso dei librai, così come la loro capacità di innovare continuamente la propria offerta. Con la concorrenza spietata che c’è, non ci si può permettere di stare fermi. E non si può nemmeno aspettare che le persone vengano a chiederti i libri.
  • Leggendo il tuo libro emerge chiaramente che il valore aggiunto è sempre il capitale umano. Come mai si investe ancora poco nella reale formazione di nuovi librai? E’ vero che ci sono corsi e scuole, ma molti dei corsi sono costosi e dislocati solo o quasi al nord. Che idea ti sei fatto? 
    1. Gli scarsi investimenti nella formazione, purtroppo, sono una costante del nostro paese, in tutti gli ambiti. Così come gli scarsi investimenti nella promozione della lettura: una massiccia ed efficace promozione della lettura già in età prescolare, per esempio, contribuirebbe fattivamente a innalzare i bassissimi indici di lettura che abbiamo, facilitando il lavoro dei librai e, soprattutto, restituendoci un paese più civile, quindi migliore. Detto questo, bisogna analizzare la dura realtà in cui viviamo: è vero che i corsi sono pochi e non alla portata di tutti, e questo è un peccato. Però è altrettanto vero che diversi bravi librai di cui parlo nel mio libro hanno appreso il proprio mestiere da autodidatti, visitando e studiando il maggior numero possibile di librerie, in Italia e all’estero. Ecco, io penso che lo scambio e il confronto siano fondamentali.
  • Cosa ne pensi delle librerie “senza mura”, itineranti?
    1. Penso che siano tanto belle e interessanti quanto utili, se sorrette da un progetto serio e da una programmazione oculata. Mi viene in mente l’esempio di Profumi per la mente, la libreria itinerante ideata da Davide Ruffinengo di cui parlo nel mio primo libro, Il libraio suona sempre due volte. In questo caso parliamo di un progetto estremamente strutturato e dettato da motivazioni molto concrete: l’impossibilità di sostenere i costi di una libreria fisica e la necessità di andare a “catturare” i lettori all’esterno, senza aspettarli fra le proprie mura. Col tempo, e grazie alle capacità di Ruffinengo, Profumi per la mente ha portato i libri nei luoghi più impensabili, svolgendo anche una grande azione sociale e culturale: nei salotti, sulle colline, nelle piazze, al mare, alle terme, nei teatri, al cinema, nei castelli, nelle aziende. Il tutto grazie a una speciale Book Car.
  • Consiglieresti a un giovane di aprire una libreria? 
    1. Se ha idee, spirito imprenditoriale e tanta voglia di mettersi in gioco e sudare, assolutamente sì. Ma deve sapere fin dall’inizio che si tratta di un mestiere molto rischioso e faticoso, un lavoro in cui il ritorno economico non è mai commisurato alle energie profuse. Se lo si fa con entusiasmo e passione, però, le soddisfazioni e le gratificazioni personali non mancano mai. E il rapporto con i lettori – come mi raccontava il libraio di L’Angolo Manzoni, a Torino, di cui parlo nel mio ultimo libro – ti restituisce tanto.
  • La tua opinione sul selfpublishing sia cartaceo che in ebook su piattaforme serie.
    1. Se fatto in maniera responsabile e senza abusi, penso che sia una cosa positiva e democratica. In primis, però, è necessario che gli aspiranti scrittori siano obiettivi e consapevoli dei propri mezzi. E che abbiano davvero qualcosa da dire. Altrimenti si rischia di intasare e di sminuire un panorama editoriale in cui si produce già troppo, tanto che i lettori spesso sono disorientati di fronte allo spropositato numero di titoli presenti. Ritengo necessaria un’opera di selezione, ed è per questo che considero insostituibili e indispensabili le figure degli editori e dei librai, soprattutto in un panorama babelico, frammentato e dispersivo come quello in cui viviamo.
  • La voce dei libri avrà un seguito?
  1. L’idea è quella, come abbiamo scritto nell’introduzione e nella quarta di copertina del libro. La voce dei libri non vuole essere una classifica o un catalogo, tutt’altro. Si tratta, piuttosto, di un vero e proprio viaggio che è partito con undici librerie e che proseguirà con altri esempi altrettanto interessanti e meritevoli. Di casi positivi, nonostante tutto, in Italia ce ne sono tanti, e noi vogliamo continuare a raccontarli.
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